La leggenda narra che il popolo del golfo esteso tra Posillipo e il Vesuvio, in occasione della celebrazione del culto pagano relativo a Ostara, in cui le sacerdotesse si riunivano per la processione dell’uovo, simbolo di vita nascente, portasse in dono alla sirena Partenope i doni della terra e del raccolto, mentre lei emergeva dalle acque per allietarlo con canti d’amore e di gioia.

Commossi dalla dolcezza della voce della sirena, le offrirono quanto di più prezioso avessero: sette tra le più belle fanciulle dei villaggi portarono farina, ricchezza della campagna; ricotta, per omaggio ai pastori; il grano più tenero bollito nel latte, simbolo dei due regni della natura; acqua di fiori d’arancio, i profumi della terra; spezie, simbolo dei popoli lontani e zucchero, per esprimere quanto dolce vedessero Partenope. Ella si inabissò, offrendoli a sua volta in dono agli dèi, i quali li trasformarono nella prima Pastiera.

Un’invenzione molto, molto antica

Nonostante l’invenzione della Pastiera sia molto antica, il dolce è entrato a far parte della tradizione cristiana tempo dopo; i primi cenni storici di una ricetta scritta risalgono al XVI secolo, precisamente nel 1693 compare nel trattato di cucina pubblicato e scritto a Napoli “Lo scalco alla moderna”, di Antonio Latini. Si trattava di una torta rustica, in cui venivano aggiunti parmigiano grattato, pepe, sale, pistacchi e acqua di rosa; si dice che alcuni naviganti sopravvissero a un improvviso mal tempo, in balia delle onde per giorni, proprio mangiando la cosiddetta “Pasta di Ieri”, da cui si presume abbia avuto origine il nome.

Lo testimonia una conseguente citazione tratta dalla favola “La Gatta Cenerentola” di Giambattista Basile, sesto racconto del Pentamerone, il quale menziona la Pastiera fra le delizie rustiche del banchetto finale dato dal re per ritrovare la fanciulla che aveva perso lo scarpino.

La ricetta custodita nei conventi

La ricetta è stata poi custodita e perfezionata all’interno degli ordini conventuali, in particolare nel ‘700, le suore del Convento di San Gregorio Armeno avrebbero canonizzato la versione attuale e più apprezzata, rendendola il simbolo delle famiglie benestanti e della ricca borghesia di Napoli, indispensabile per celebrare la Pasqua; si presentava con un involucro di pasta frolla ricoperto da un numero casuale di listarelle intrecciate a croce di sant’Andrea e le monache mettevano in atto un rito piuttosto insolito, a detta del popolo: quelle dai fianchi più floridi dovevano sedersi sopra l’impasto disposto sui sedili di marmo del chiostro, recitando preghiere dimenandosi, in modo che la pasta crescesse meglio e ancor più fragrante.

Una prelibatezza tanto divina da incantare perfino re Ferdinando II di Borbone, il quale esclamò “Per far sorridere mia moglie ci voleva la Pastiera, ora dovrò aspettare la prossima Pasqua per vederla sorridere di nuovo.”, in quanto la regina Maria Teresa d’Asburgo-Teschen era soprannominata “la sovrana che non sorride mai”, ma lo fece per la prima volta durante il primo assaggio cedendo alle insistenze del marito buontempone.

Nel 1837, più di un secolo dopo la prima trascrizione di Antonio Latini, Ippolito Cavalcanti inserì la Pastiera come dolce nel suo compendio di gastronomia napoletana, in un trattato didattico, facendo anche riferimento alla versione rustica che tutt’oggi si continua a preparare, servendola in tavola per il pranzo pasquale, tagliata a cubetti o preparata in previsione del pic-nic di Pasquetta.

Leggende e credenze popolari continuano tutt’oggi

In tempi più recenti la Pastiera continua ad ammantarsi di leggende e credenze popolari, tra cui quella diffusa nel 2016 secondo la quale le listarelle debbano essere sette per simboleggiare la planimetria dell’antica Neapolis, i tre decumani e quattro cardi incrociati a scacchiera del centro storico della città; l’anno seguente ha ricevuto il riconoscimento di Prodotto Agroalimentare Tradizionale della regione Campania.

Le massaie partenopee cominciarono a prepararla il Giovedì Santo, il Venerdì Santo o il Sabato Santo, ma ormai è presente tutto l’anno nelle migliori pasticcerie napoletane, tra cui spicca quella del Gran Caffè Gambrinus, che negli anni è stato luogo di ritrovo per personaggi tanto illustri come la Principessa Sissi, Oscar Wilde, D’Annunzio e Matilde Serao, preparata minuziosamente con l’autentica ricetta tradizionale che da secoli riesce a incantare tutti i palati.

Nel corso del 2019 ne hanno realizzata una da guinnes per essere offerta ai turisti e ai cittadini in occasione delle celebrazioni pasquali; di oltre due metri di diametro per più di 300kg, dal valore stimato di ottomila euro, è stata definita la regina delle torte napoletane.

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